Quei Misteri di sangue e cartapesta

Giuseppina De Rienzo | L’hanno allestita a pochi metri dalla cima di Terra Murata, la loro Cittadella dei Misteri. Dopo ostacoli sempre crescenti a utilizzare, come si faceva una volta, i cortili dei palazzi o altri spazi privati dove lavorare in libertà (soprattutto in gran segreto) alle varie manifestazioni rituali dell’isola, un primo gruppo di giovani procidani decidono nel 2004 di riunirsi in una associazione no-profit scegliendo di chiamarsi I Ragazzi dei Misteri, cui seguirà nel 2011 altro sodalizio, L’isola dei Misteri, ispirato a uguali finalità: accogliere quanti intendano tutelare l’intero patrimonio storico e culturale della loro terra. Prima fra tutte, la più antica tradizione di Procida: sfilare durante la processione del Venerdì Santo portando a braccia opere che essi stessi realizzeranno. Più di quaranta Tavole o Installazioni, diverse ogni anno per design, dimensioni e tematiche; la libera interpretazione degli episodi biblici sulla passione e morte del Cristo, nonché delle attualità più accese. Nasce così, nel 2007, la Cittadella dei Misteri, sette oblunghi tendoni dove incontrarsi costruire montare smontare esporre creazioni via via composte. Laboratorio, quindi, di idee – fucina – e museo semi-permanente per le migliori sculture.

Anche in queste ore i ragazzi dei Misteri stanno alacremente lavorando, impegnati già da mesi a ritagliarsi ognuno il proprio spazio da obblighi scolastici, lavorativi, dagli svaghi. Le tende dove dar corpo alla loro immaginazione le hanno montate a un tiro di schioppo dalla luce del mare, ai lati della Porta di Ferro, antico varco a difesa della primaria Terra Casata, il borgo medioevale che si erge in cima al promontorio, denominato poi Terra Murata. Ariose strutture che sostano a gruppi. Alcune dietro i due cannoni puntati sullo specchio d’acqua sottostante, dono della Marina Francese a protezione della Corricella, ai tempi della Repubblica Napoletana del 1799 i cui echi connotarono l’isola di autonomi furori. Altre restano adiacenti al viale della Chiesa di Santa Margherita, appollaiata fin dalla metà del XVI secolo su Punta de’ Monaci. Altre, sotto la muraglia scrostata del Carcere Nuovo, anch’esso in disarmo, come il cinquecentesco Bagno Penale che gli rimane spalla a spalla. Tendoni simili a scrigni dove si esercita la fantasia, e intanto si costruisce la risposta concreta al più fondato dei timori del nostro tempo: perdere il contatto con la realtà, dissolvere la naturale interrelazione con le cose: noi e il mondo, noi e la identità di uomini, noi e la coscienza di essere anche corpo, quindi materia in grado di allungare la propria ombra in un progetto, un sogno. L’alacre lavorìo di quei ragazzi intenti a ridare vita ai Misteri Pasquali, produrrà (non importa quanto consapevolmente) i frutti tangibili di una indubbia capacità inventiva, e insieme la testimonianza della possibilità per ognuno (noi, loro) di evadere dalla iperrealtà mestamente virtuale che ci pervade. Sotto i tendoni non c’è posto per menzogne da nick-name o altri artifizi.

Quella frenesia di mani e occhi, lasciando fuori dal perimetro della Cittadella la realtà-simulacro con cui normalmente interagiscono, costruiscono Misteri palpabili. Tagliando, segando, incollando, martellando, si innalzano colonne, di cartone e plastilina, sì, navate di ingannevole gesso, e cenacoli grondanti umori lontani. Su quei tavoli operosi, tra attrezzi da artigiani, e pennelli, colori, materiali dei più visionari degli artisti, si rimpolpano busti, muscoli e anime di legno con carta e polistirolo espanso. Tronconi di avambracci, gambe, teste mozze ma con impresse sulla faccia già le passioni che le animeranno, aspettano di trovare la propria collocazione in uno scenario, all’interno di un gruppo, o come semplici portavoce di un messaggio, un ammonimento, un credo che indichi la strada, che rassicuri. I ragazzi dei Misteri, comunque figli del loro tempo – abituati quindi a immergersi nella rete: terra senza confini che coltiva assenza e evanescenza dell’altro – con le loro offerte rituali riescono poi a rendere concreta perfino l’esperienza religiosa, non importa se attraverso un altro simulacro, sia pure quella del sacro. Col loro annuale, reiterato racconto del destino dell’uomo, l’immutabile ciclo: vita – morte – rinascita, anche lo strazio di cartapesta di una Madre che segue il feretro del Figlio ridiventa forza salvifica, salvaguardia della propria identità di uomini appartenenti a un unico sentire.

A Procida, come a Siviglia, a Monteforte Irpino, a Trapani, a Guardia Sanframondi. È sempre il «corpo» che torna, quale strumento di penitenza o nudo tramite di un possibile dialogo con la Divinità, di volta in volta vicina, connaturata con terra, rocce, mare, oppure distante, irraggiungibile. Attraverso la ri-creazione della sacralità: totem di ciò che va oltre il reale, quei ragazzi sotto le tende sembrano riprendersi il controllo della mente e del corpo. Se Jean Baudrillard – severo critico della postmodernità – potesse vederli all’opera, allargherebbe forse un sorriso di speranza, lui che ha messo in dubbio il concetto stesso di realtà, affermando che nell’era della comunicazione virtuale i fatti scompaiono per cedere il posto a una apparenza che è il loro esatto contrario. «Il simulacro – quando sa di esserlo – non inganna, è ciò che è», sostiene il filosofo francese.

È forse una prescienza di sangue a guidare i ragazzi dei Misteri, passi che ritualmente tornano, percorsi ripetuti ogni anno, partire dal punto più alto dell’isola e arrivare giù, fino alla luce del porto, trascinando a fatica i pesanti Misteri lungo i lastroni delle stradine. Ceri che colano, fruscìi di catene, colpi di tamburo, tristi acuti di tromba come monito della fragilità che ci appartiene. Una fiumana di gesti e sguardi in discesa, quelli di carne e sangue, e quelli di carta e polistirolo. L’abbraccio trepido di un padre che accoglie il ritorno del figlio: l’eterna parabola del Figliuol Prodigo, è uno dei temi che sfileranno nella processione di domani. L’hanno scelto Michele e i suoi compagni di tendone. Protetti dalla loro Cittadella, stanno lavorando senza sosta per dare gli ultimi febbrili ritocchi al composito gruppo della loro Installazione. Tra le tante altre forti emozioni che riattraverseranno l’isola, quella gioia senza parole di un padre e un figlio che si ritrovano; e gli occhi densi del perdono che Cristo rivolge ai due ladroni con lui il calvario, ci ricorderanno quanto sia vivificante l’amore per l’altro, quanto necessario – oggi più che mai – lo slancio raro della misericordia.

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