Cinque Terre chiuse per turismo di massa

Rossella Muroni  | In tempi di turismo di massa un Paese come il nostro conosce due bisogni apparentemente contrapposti: attrarre più turisti e contemporaneamente tutelare i nostri territori dal turismo di massa. Non è questione di snobismo, ma di riconoscere che se vuole davvero essere, quello del turismo, uno degli assi strategici su cui muovere l’economia, deve essere in grado di affrontare la questione centrale della gestione dei flussi e della sua pianificazione. Questa, insieme alla tutela dei paesaggi e dei beni culturali, è una delle grandi questioni che il ministro Franceschini dovrebbe trovarsi sul tavolo.

Sono abbastanza grande da ricordare come erano le Cinque Terre prima dello sviluppo turistico degli ultimi anni. Erano un’isola di marginalità, un territorio così in affanno da meritare i fondi strutturali destinati alle aree sottosviluppate dell’Unione Europea, condannate da un tasso d’anzianità difficile da intaccare dove i più giovani sceglievano spesso la strada dell’emigrazione verso il vicino polo industriale di La Spezia.

Come è accaduto che nel volgere di pochi anni (meno di 20) quei paesini siano diventati una delle destinazioni turistiche più richieste e rinomate del nostro Paese fino a rischiare danni per certi versi opposti, fa parte del dibattito di questi giorni. Il paradosso più pericoloso cui si sta andando incontro è l’insorgenza di una nuova forma di emigrazione dei residenti dovuta al conflitto sociale aperto da un abuso di turismo: una nuova e pericolosa forma di svuotamento della linfa sociale.

Il dibattito è stato avviato saggiamente dal presidente del parco nazionale delle Cinque Terre, Vittorio Alessandro, ma è utile che varchi i confini della Liguria e investa il resto del Paese in vista del prossimo appuntamento a Pietrarsa sul turismo sostenibile organizzato dal ministro Franceschini: le Cinque Terre come modello insomma, come ricetta di sviluppo territoriale, ma anche come una sorta di preview a beneficio di altri luoghi di pregio, per quello che potrebbero diventare e per gli errori che si potrebbe evitare.

A qualche inguaribile nostalgico potrà piacere il ricordo degli anni passati, sicuramente segnati da un’indiscutibile autenticità e da un forte senso di comunità locale non ancora intaccato dagli influssi negativi del turismo, ma erano anni che stavano condannando irrimediabilmente quei luoghi: il tipico paesaggio disegnato dai terrazzamenti stava franando perché non c’era più nessuno che si prendeva cura dei vigneti, i borghi erano spopolati, l’economia pressoché inesistente.

Per quanto mi riguarda l’inversione di tendenza ha avuto molto a che vedere con il percorso di istituzione del parco nazionale negli anni ’90, un passaggio emblematico e tanto più bello se si considera il contesto territoriale appunto: il parco qui tutela un paesaggio assolutamente artificiale, disegnato dall’uomo e dal suo lavoro. Anzi, un paesaggio che senza la mano dell’uomo, al contrario di quello che accade frequentemente, diventa brutto perché frana. È venuto così il recupero dei sentieri, l’infrastrutturazione con le monorotaie al servizio dei vigneti che ha permesso un rilancio dell’agricoltura, la manutenzione del territorio con le risorse della Carta multiservizi Treno+Parco e così via. E poi il boom turistico vero e proprio, la scoperta da parte del pubblico americano grazie anche alle appassionate recensioni su una delle guide turistiche più conosciute negli Usa. Basti pensare che il tour in Italia di molti turisti americani prevede quattro tappe: Roma, Firenze, Venezia e le Cinque Terre, sola destinazione di paesaggio e territorio fra le tre città d’arte più famose al mondo.

Ne è seguito un percorso tumultuoso, ricco sicuramente di successi e contraddizioni, ma che ha assicurato un futuro (e un presente) a quei luoghi legandoli per sempre al turismo. Troppo? È il dibattito di questi giorni. Il mondo cambia velocemente ed è giusto attrezzarsi per evitare di rimanere travolti dai cambiamenti.

Le Cinque Terre hanno acquisito una notorietà internazionale, ma nel frattempo sono arrivate le crociere che sbarcano migliaia e migliaia di persone a poche decine di chilometri (nel porto di La Spezia) da territori così belli e così fragili. È lecito pensare che paesini così piccoli, territori così delicati possano reggere senza conseguenze l’onda d’urto di migliaia di visitatori crocieristi? Non il visitatore consapevole, quello che viene attrezzato, che prenota per tempo la sua vacanza, sceglie l’attrezzatura e l’abbigliamento per affrontare i sentieri e così via. Ma il visitatore della crociera o della domenica, se preferite, quello messo in pullman la mattina presto con la colazione al sacco, che si ritrova con le infradito sui sentieri pietrosi, desideroso solo di scattare una foto ricordo in piazzetta, acquistare un caffè e una t-shirt e tornare presto al buffet pagato a bordo nave. Migliaia di persone affollate su banchine di piccolissime stazioni o su stradine tortuose dove i pullman non riescono a fare manovra, stipate in treni troppo carichi e dimensionati sul traffico locale o in coda per una toilette libera. È lecito pensare che territori così delicati debbano cominciare a confrontarsi con strumenti e modalità di gestione di questi nuovi flussi turistici? E allora, è lecito pronunciare parole tabù come “numero chiuso” senza essere folgorati dagli strali degli operatori turistici? Altrove (sulle spiagge di Baunei, in Sardegna) preferiscono chiamarlo “numero comodo”, ed è da tempo un modo per assicurare servizi migliori e vacanze di qualità a quanti hanno scelto quei luoghi per passare le proprie ferie. Si può chiamarlo anche “numero giusto”, “capacità di carico” o come preferite voi. Certo è che le nuove sfide che ci impone la crescita turistica (che ci auguriamo sempre robusta!) pretendono strumenti nuovi che consentano ai territori di preservare prima di tutto il proprio capitale, fatto di paesaggio ed identità, scommettendo su un turismo di qualità senza scialare nel volgere di pochi anni il proprio appeal.

La sbornia turistica delle Cinque Terre potrebbe lasciare postumi molto pericolosi per i quali non basterà un’aspirina. Meglio attrezzarsi per tempo e dosare bene le quantità. Proprio come si fa con un buon bicchiere di Sciacchetrà, il prodotto migliore dei vigneti delle Cinque Terre: un vino da meditazione raffinato ed elegante che dice tutto della sua terra, ma di cui è bene non abusare.

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