Piccoli e poveri l’altro torneo fatto di passioni

Maurizio Crosetti |

UNMILIARDO di chilometri dietro Buffon e ad alcune galassie da Totti si agita un universo parallelo, un altro campionato, quasi un altro sport: ma la maggior parte delle creature calcistiche italiane vivono proprio laggiù, non alla Juve, alla Roma o al Milan. Laggiù è un modo alternativo di dire Cesena, Sassuolo, Empoli, Chievo (che pure è un sobborgo di Verona, non una città come ormai molti hanno preso a credere). Laggiù si incassa e si guadagna venti, trenta volte meno che a Torino o Milano, però le passioni sono identiche, come la rabbia che nasce dalle molte sconfitte. In compenso, anche la gioia per le rarissime vittorie è amplificata, sublimata: il giorno di gloria che vale una vita intera, o giù di lì.

L’altro campionato non è un concetto astratto ma una specie di tonnara. Ci si batte, e arrabatta, per non morire, sportivamente parlando. La chimera è la salvezza, che vuol dire rimanere in serie A e dividersi i diritti televisivi, unica bombola d’ossigeno di uno sport agonizzante e incapace di vero rinnovamento. Serie A significa più sponsor, ma anche più spese e costi vivi. I 77 punti di differenza tra la Juventus campione d’Italia e il Livorno, ultimo e retrocesso quest’anno, dimostrano che venti squadre sono troppe, ed è anche peggio la forbice economica. I bianconeri hanno un fatturato di 275 milioni di euro, il Cesena è fermo a 28, il Sassuolo a 20. Forse non sono neppure così paralleli, questi universi.

Se Antonio Conte, allenatore della nazionale, guadagna quattro milioni di euro netti all’anno, pagati per due terzi dallo sponsor Puma, il suo collega Pierpaolo “bisonte” Bisoli, 48 anni, “signor mister” del Cesena, supera di poco i 300 mila euro. «Ma io sto bene così, il mio stipendio mi basta e avanza, vengo da una famiglia povera e m’interessano altre cose».

Dovendo scegliere un volto per raccontare l’altro campionato, quello di Bisoli sembra perfetto. Pure lui creatura d’altri mondi, precipitata sulla Terra da un tempo remotissimo: non ha procuratore, sponsor, addetto stampa, cravatta. «Qualche volta, mi manca anche qualche congiuntivo in un ambiente che premia l’apparenza, la compostezza in panchina, le pubbliche relazioni: invece io mi arrabbio sempre, e mi va di litigare quando serve». Lo chiamano Bisolone ma non alla Mourinho, lo Specialone (One), lui ricorda semmai Carletto Mazzone: focoso, ruspante, schietto. «Vengo dalla gavetta, sono partito in Promozione al mio paese, Porretta Terme, ho allenato in tutte le categorie e se mi salvo col Cesena sarà come vincere dieci scudetti».

La forbice è sempre più spalancata, ormai è una mannaia, a volte una trappola, quasi sempre un divaricatore di destini e destinazioni. Non può esserci confronto tra i 100 milioni di euro alla Juventus per i diritti televisivi (in tre anni) e i 20 del Cesena. Solo per la partecipazione alla Champions League, i bian- coneri di milioni ne avranno 30, cifra che può aumentare se proseguirà il cammino europeo. Ed è logico, perché le grandi squadre vincono, incassano, catalizzano tifosi (la Juventus, 14 milioni in tutto il mondo), però è insensato anche solo pensare di estendere la serie A fino a 22 squadre, anzi bisognerebbe tagliarne almeno un paio. Se la voce “costo calciatori” pesa, in ogni bilancio, alle grandi come alle piccole squadre, oltre il 70 per cento, le piccole hanno solo briciole da reinvestire per non essere cancellate. Cosa resta, dunque? Quale può essere il sogno, o almeno il traguardo? «Salvarsi, obbligare le grandi a soffrire almeno un poco, crescere, lottare per migliorarsi», risponde Bisoli detto il bisonte perché in campo era un gregario di ferro e fuoco: «Ho giocato in serie A dal ’90 al 2001 in modeste e onorevoli squadre, ho affrontato i più forti calciatori del mondo in un tempo in cui l’Italia era il meglio, adesso invece prendiamo schiaffi da tutti. Nessun giocatore si sognava di fare pubblicità, oggi l’atleta è un’azienda e se non vinci sei fuori dal mercato più che dalla classifica. Una volta era meglio non perché stiamo diventando vecchi, ma perché era meglio e basta».

Molto oltre i romanticismi (sempre benedetti) e le nostalgie (servono comunque a tirare avanti), la linea di resistenza dell’altro campionato obbliga a scelte oculate, meno sprechi e al continuo contatto con la realtà. A chi, in questi giorni, ha chiesto a Pierpaolo Bisoli chi gli sarebbe piaciuto per rinforzare il suo Cesena, il Mazzone del terzo millennio ha detto senza indugio Pavoletti. Che sarebbe un attaccante (di nome fa Leonardo, ha 25 anni) e che senza offesa sfugge ai più. Eppure il campionato italiano in recessione economica, tecnica e mediatica (può anche non essere un male) è destinato ad appartenere più ai Pavoletti che ai Totti, e comunque lo sport insegna che Totti si nasce ma un po’, anche, si diventa. «E noi dobbiamo far crescere i giovani, addestrarli al futuro».

Ecco perché il campionato numero 113 è una sterminata mappa del firmamento dove brilla un po’ di tutto. Meglio abituarsi a cercare anche le stelle più piccole, perché serbano sorprese d’umanità. Come il bisonte Bisoli, che per celebrare la promozione in A del Cesena ha sciolto due voti: salire in bici fino a Montiano e attraversare a nuoto, per quattro volte, il portocanale di Cesenatico, acque limacciose e correnti balorde. In premio, il titolare del ristorante “Urbano” gli ha consegnato, fiero, un disco in vinile con le foto di tutti i giocatori. Mancava solo Pavoletti.

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