Los Angeles da zombi

La super capitale della California è un cadavere metropolitano in putrefazione, incapace di rialzarsi e inospitale con gli illusi che arrivano a cercare il mito

di Stefano Pistolini

Los Angeles è morta. Un cadavere metropolitano in stato di putrefazione. Una Zombie City nella quale vagano 10 milioni di anime in moto perpetuo. Basta tornare a L.A. per accorgersi che le cose sono andate male, che la città si è spezzata in due. C’è una società alla deriva, morti di fame, dropout, immigrati intontiti, scoppiati, derelitti, finiti qui perché dopo c’è soltanto oceano. E ci sono quelli così ricchi da far schifo: lo si capisce dalle macchine che guidano, da come fanno lo shopping, perfino da come camminano. Il resto? In mezzo? La famosa classe media americana? Quella che ha fatto la fortuna della nazione e ha creato il mito dell’America felice? Nessuna traccia. Non abita più qui. Coloro che vedete con l’aria “normale”, sono invariabilmente turisti, o studenti cinesi, o gente di passaggio per affari.

Visitatori, perplessi, che mentre guidano per la città non possono fare a meno di dare un’occhiata al disgregarsi del modello. Los Angeles è un simbolo forte, estremo e cafone, di come l’America non abbia retto al colpo del cambio di millennio. Di come il suo splendore sia rimasto dall’altra parte. E di qua ne siano arrivati solo gli avanzi. I cascami. Ecco, i cascami di Los Angeles: di questo vogliamo parlare. Perché ti irritano, perfino quando alla Hertz hai chiesto semplicemente una berlina in affitto e, dal momento che siamo a Los Angeles (il paradiso in terra, no?), ti vedi recapitare le chiavi di una Mercedes coupé (non si preoccupi: stesso prezzo. Se la goda), e cominci a pilotare quest’astronave attraverso la metropoli delle illusioni ammaccate.

 

Il declino di L.A. è stato veloce e altamente simbolico. La più rapida e inattesa caduta di una municipalità nella storia dell’America urbana. All’inizio del ’900, quando L.A. ha centomila abitanti, il magnate Henry Huntington profetizza che diventerà la più importante città della nazione, se non del mondo. Attira eserciti di forestieri grazie alla sua vibrante atmosfera affaristica, al clima perfetto e alla natura spettacolare. Arrivano dal Midwest, dalla costa orientale e dai paesi vicini, e portano con loro l’energia necessaria a mettere in moto un formidabile laboratorio d’innovazione e di economie diversificate. La città decolla. Nella seconda metà del XX secolo è l’epicentro dell’industria dello spettacolo, il più grande porto d’America e un importante polo di produzione industriale e manufatturiera. Pochi anni più tardi, però, L.A. sta già correndo verso una spaventosa irrilevanza. La sua economia è sprofondata, il tasso di disoccupazione è tra i più alti della nazione, il porto ha perso il ritmo d’una volta, le vie di comunicazione sono fatiscenti e la base industriale non fa che ridursi. La produzione di nuovi posti di lavoro è asfittica e un quinto della popolazione dell’area sopravvive grazie all’assistenza pubblica. La gente ora non arriva più qui, piuttosto cerca il modo di andarsene. E a guidare gli esuli sono le famiglie di una classe media che ormai ha annullato il proprio impatto sociale su questa città e migra verso la distesa suburbana della San Fernando Valley, o ancora più lontano.

La performance del penultimo sindaco Villaraigosa, protrattasi per due mandati, è stata mediocre. Villaraigosa ha fallito: il suo progetto di rilancio del downtown, che nella sua visione doveva diventare una piccola Manhattan, è naufragato e il valore degli immobili nella zona è sceso del 30 per cento. I condomini di lusso, costruiti con facilitazioni concesse dalla sua amministrazione, sono vuoti. Il suo piano di potenziamento dello sfruttamento dell’energia solare ha prodotto più costi che benefici. Eppure Villaraigosa ha potuto approfittare del vuoto di potere che lo ha circondato e delle preoccupazioni che hanno attanagliato il mondo degli affari locale, allorché ha cominciato a circolare un sincero pessimismo, un senso di impotenza, la percezione di vivere in una città disfunzionale. Anche chi opera in settori poco colpiti dalla crisi economica, si è spostato verso sobborghi come Glendale o Culver City, dove i costi sono più bassi ed è più facile vivere. Eppure a Los Angeles si continua a costruire e l’insediamento di un nuovo sindaco è stato accolto con sollievo dalla parte attiva della popolazione. Forse la città si può ancora salvare, pensa qualcuno, anche se il catalogo dei malfunzionamenti è lunghissimo: dalla diffusione della povertà alla stagnazione economica, ai colossali costi della cosa pubblica, all’invecchiamento della popolazione, al crescente monte delle pensioni. A finire sotto accusa è lo stile di vita dei losangelini e ciò che ha prodotto: una città invivibile e incapace di adattarsi alle sfide del XXI secolo. Il nuovo sindaco, il democratico Eric Garcetti, si è inalberato di fronte al rapporto stilato da dieci saggi, che ha sancito lo stato di crisi della metropoli e la sua difficile inversione di tendenza: “A L.A. siamo bravissimi a sussurrare quando si tratta d’esprimere amore per la nostra città e a urlare quando c’è qualcosa che non va. Ma per cambiare, è necessario affidarsi al nostro ottimismo, non al pessimismo”. Il fatto è che, come dicono da quelle parti, Los Angeles pare proprio aver perso il suo “mojo”, il suo tocco. La sua grandezza è stata nel saper essere radicalmente diversa. Basta guardare la pianta della città e confrontarla con quella di NYC o Chicago: il centro di Los Angeles è un buco nero che inghiotte le tentazioni tradizionali.Invece, disseminati equamente su tutta la sua pianta, ci sono tanti altri centri, un tempo connessi tra loro da rotaie, oggi da autostrade. Una metropoli dispersa, abitata da cittadini che vivono in villette unifamiliari, fuori dalle quali parcheggiano le loro auto. L’iniziale crescita si basò sul petrolio e sull’agricoltura. Poi è arrivato il cinema. Nel secondo Dopoguerra l’industria militare e quella aerospaziale hanno dato ulteriore impulso all’area. A fine anni 80 i tagli federali in materia aerospaziale hanno dato il primo duro colpo all’economia locale, con la perdita di mezzo milione di posti di lavoro tra il ’90 e il ’93. La reazione iniziale fu robusta e, negli anni 90, 400 mila posti di lavoro furono rigenerati. Il porto funzionava, l’industria manifatturiera e quella dello spettacolo ancora tiravano, una nuova ondata di immigrati, orientali e latini, produsse una spinta dal basso, lanciando microimprese in ogni settore, dalla ristorazione alla tecnologia, col sostegno del governo del sindaco Riordan. Il secondo stallo, coinciso con l’avvento del nuovo millennio, è stato molto più duro. A fine Novecento alcune tra le aziende più importanti di L.A. – ARCO, Security Pacific, First Interstate, Union Oil, Sun America – sono state stritolate dalla sequela di fusioni e migrazioni che ha caratterizzato quella fase. Tra il 2001 e il 2005 i dati di occupazione sono rimasti in stallo, poi hanno cominciato inesorabilmente a peggiorare, superando l’11 percento di disoccupazione nel 2011, terza percentuale più grave tra le 20 principali aree metropolitane americane. Oggi la città è controllata da un’alleanza tra sindacati e leadership politica latinoamericana, la comunità più numerosa della zona. Villaraigosa era un sindacalista e il suo interesse è sempre stato sostenere le grandi imprese edilizie e le grandi opere, come la costruzione del nuovo stadio del football, in una città che non ha neppure una squadra professionistica. Anche la cosiddetta “metropolitana verso il mare” è stata una sua ossessione: 40 miliardi di dollari di costo, per connettere il downtown cittadino col Pacifico, con treni che a tutte le ore sono semideserti (“chi ha voglia di montare su un vagone che viaggia a trenta metri di altezza, nella città con più terremoti del mondo?” mi domanda un amico). Puntare sul downtown ha significato ignorare le forze sociali, culturali, storiche che hanno plasmato questa metropoli. Così come puntare sull’edilizia abitativa ha depresso il settore manifatturiero. Anche le misure draconiane in difesa dell’ambiente nella zona del porto, sospinte dal rapporto lobbistico tra Villaraigosa e il movimento ecologista, hanno dato come risultato la perdita d’attrattiva di questo hub, presso i colossi del trasporto navale. Brutto affare, in presenza dell’ampliamento del Canale di Panama che rende più competitivi i porti della costa sud-est come Charleston, Houston o Savannah. Senza dimenticare che dall’andamento del porto di L.A. dipende la maggior parte del lavoro “blue collar” della regione. La città, un tempo nota come quella dove il futuro prende forma, oggi vive nel passato. Il sistema non funziona più e i liberal vagheggiano una “sunshine revolution”, sospinta dallo spirito d’iniziativa locale, le cui priorità dovrebbero essere la lotta alla povertà, la soluzione al problema del traffico, la creazione di nuovi posti di lavoro, il recupero del fatiscente sistema scolastico. Soprattutto, una ritrovata stabilità finanziaria. Solo utopie, per adesso. Ma non tutto va male, per fortuna. I dati sul crimine sono incoraggianti, la questione razziale è sopita, anche se non conclusa. Sono passati 22 anni dal pestaggio di Rodney King che scatenò l’America nera contro quella bianca, e le cose sono migliorate, anche se non sono ancora come dovrebbero. La polizia si comporta in modo più giudizioso: “Meglio essere neri oggi, che 30, 40 o 50 anni fa” ha detto Rodney in tv. I disordini del ’92 costarono 55 vite umane e 1 miliardo di dollari di danni. Da allora la tensione razziale per le strade di L.A. si è allentata, rimpiazzata dal nervosismo riguardo alla fragilità dell’economia. Le gang sono in calo, la diffusione del crack è in contrazione. La polizia nel ’92 era per il 60 per cento bianca, oggi è per il 60 percento formata da minoranze. Gli attivisti sociali sono stati la chiave di volta del cambiamento, la loro presenza sul territorio ha portato allo sblocco delle tensioni. Ma, approfondendo, poi si scopre che oggi anche gli afroamericani stanno cercando di scappare da L.A., per sottrarsi alla vita nelle sue zone più turbolente, dove educazione e prospettive sono una chimera. In vent’anni la popolazione nera di L.A. è passata da 500 mila a 370 mila unità e nelle abitazioni liberate dall’esodo si sono insediati nuovi immigranti, dando vita a un cocktail razziale improvvisato e per ora contraddistinto da una caotica tolleranza. Garcetti ha inaugurato la sua gestione della città con prudenza, girando alla larga dagli scontri con i potentati e cercando progetti “firmati”, non troppo impegnativi. Parla di semplificazione, di aggiornamento tecnologico, di strade migliorate, di polizia che risponderà più rapidamente a chi digita il 911. In sostanza, fa melina e non prende di punta le questioni economiche. Sostiene che per far ripartire L.A. bisogna restituire qualità al suo stile di vita. Ma disoccupazione e lavoro, educazione e case popolari, sono temi che non possono aspettare. Nelle interviste Garcetti dice di sentirsi più un amministratore delegato che un sindaco, scimmiottando Bloomberg. Se è così, che si sieda subito alla scrivania. Ma anche per lui, fin qui, sembra valere la regola dei riflettori accesi: non a caso, una delle questioni nelle quali si è fatto notare di più è stata la campagna contro Donald Sterling, il proprietario della squadra di basket dei Los Angeles Clippers, reo di dichiarazioni smaccatamente razziste, intercettate in una conversazione privata con la fidanzata. Per cacciarlo dall’Nba si è mossa mezza California, con in testa un bel po’ di celebritiy, incluso il neo sindaco. Peccato che la crociata sia finita con un buco nell’acqua. C’è un solo modo di esplorare L.A.: traversarla in auto, studiando la mistica della sua scacchiera, che alterna ricchezza e povertà, bellezza e squallore. Adesso, rispetto a vent’anni fa, salta all’occhio quanto la forbice si sia aperta, nella distanza tra i pochi ricchi e i diseredati che dilagano. Le zone esclusive sono diventate più inaccessibili e torve, nella loro condizione di lusso sotto assedio, a Bel Air come a Brentwood, sull’inavvicinabile battigia di Malibu o nel greve cattivo gusto di Rodeo Drive, dove passeggiano solo stranieri stonati in cerca di “Pretty Woman”. Quanto a una decente gestione del turismo, a L.A. siamo all’asilo. Non c’è luogo occidentale più inospitale di questo. Il turista vaga, scivola a casaccio sulla superficie di L.A., non riesce ad avere cognizione di un luogo nel quale si sente perso e presto finisce per rifare le valigie in direzione Grand Canyon. L.A. è l’accertato fallimento dell’ospitalità americana, gestito dalla feccia degli operatori di settore.Non venite a L.A. cercando quel che non c’è più: lo Chateau Marmont adesso è solo un albergo per fashion victim, Hollywood Boulevard ha lo stesso rischio-borseggio delle Ramblas barcellonesi, Venice Beach è un raduno di homeless, Wilshire Boulevard, la strombazzata zona dei musei, rivaleggia con Roma, per come sono maltenuti i suoi edifici nuovissimi e per la risibile banalità della proposta culturale. Anche gli affascinanti canyon, sono sottoposti a un procedimento di zonalizzazione, con gli hippie decrepiti delle capanne di legno che guardano in cagnesco i buppie delle ville milionarie. Si è dissolta la palpabile immanenza dello show business che ancora negli anni Novanta aleggiava sulla città, dopo decenni di set virtuale permanente, nel quale la vita reale correva negli interstizi che separavano gli Studios, nelle case (“Shampoo” di Hal Ashby), nelle piscine (lo statuario Burt Lancaster di “Un Uomo a Nudo”), nei ristoranti (“The Canyon” di Paul Schrader), sulle autostrade (“The Player” di Robert Altman), dove la messinscena mescolava finzione e verità. L’invecchiamento precoce di L.A. si percepisce nell’aria, conseguenza del declino della società dello spettacolo – definizione, questa, che oggi fa sorridere. Cerchiamo un raggio di luce nel quadro dark. Un punto di ripartenza. E’ surreale, visto il concetto edonistico da sempre incarnato da L.A., ma la sua mutazione ha prodotto il più inatteso slittamento verso una scoraggiante terra di nessuno del sociale. Eppure un valore straordinario è ancora in circolo in città e da lì si deve ricominciare, sempre che venga individuata la leadership in grado di guidare la rinascita. Parliamo della predominante attitudine di chi cresce laggiù, del messaggio a cui spontaneamente impronta la propria partecipazione al gruppo: è fatta di leggerezza, energia, capacità di mutare, di adattarsi, di intraprendere nuove avventure, è fatta di mobilità e coraggio. Tutto ciò si traduce in forza. Gente che dispone ancora dello slancio per imboccare direzioni nuove, a patto che le vengano indicate con chiarezza. L.A. non ha ancora smesso d’essere una terra nuova, dove le radici non sono profonde, dove le colture possono essere sostituite. La California meridionale, nella sua espressione metropolitana, sta implodendo come un esperimento sbagliato, da cui però provengono tanti insegnamenti e prodotti sani. Bisognerà, con competenza e profondità, incidere sull’errore, prima che si traduca in disastro. Bisognerà permettere alle personalità in grado di farlo, di assumersi le responsabilità, disponendo delle deleghe ad agire. Lasciando sullo sfondo politica, lobbismi e pianificazioni di sfruttamento. Un’illusione? Forse. Ma conviene coltivarla.

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